- Novembre 25, 2025
- Valentina Arci
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ToggleAll’inizio, per chi lo vive, il trauma appare come un’esperienza irreale e immutabile, tanto da sembrare qualcosa che non ci appartiene, come se fosse accaduta a qualcun altro.
Immediatamente dopo l’evento traumatico, le sensazioni dolorose irrompono nella vita della persona e, nel tentativo di contenerle, si attiva un meccanismo di difesa inconscio, volto a rendere sopportabile la sofferenza. In questo processo, l’individuo si dissocia inconsapevolmente dalle proprie emozioni, creando così una frattura tra la sfera cognitiva e quella emotiva.
La dissociazione può avere effetti profondi, portando a una perdita di vitalità, alla depressione o a una forma di sopravvivenza che spinge ad evitare qualunque stimolo possa riattivare il dolore legato al trauma. Tuttavia, questo meccanismo non è sempre stabile: talvolta si incrina, lasciando emergere emozioni intense che si manifestano nel corpo sotto forma di sintomi fisici, come ansia, catatonia (percezione di impossibilità di agire), attacchi di panico, angoscia, blocchi motori, insonnia o fobie.
Poiché le emozioni risiedono nel corpo e, per essere elaborate, devono essere portate alla coscienza, è necessario che le sensazioni corporee vengano tradotte in immagini mentali che permettono di riappropriarsene.
È per questo che la terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) si focalizza sull’elaborazione dell’immagine più disturbante associata ai ricordi traumatici, permettendo alla persona di rievocare e rivivere gli stati corporei sperimentati durante ciascun evento, facilitandone così l’integrazione e la trasformazione.
L’emozione suscitata dal trauma è un’angoscia intensa e travolgente, capace di generare mutamenti nel corpo così profondi da imprimersi nella mente sotto forma di immagini, ricordi, percezioni, idee che restano iscritti nella memoria corporea. Nel momento in cui il trauma si verifica, l’individuo perde la capacità di codificare l’esperienza: il tempo sembra sospeso, diviso tra un “prima” e un “dopo” l’evento. Anche a distanza di anni, la persona può continuare a percepire le stesse sensazioni fisiche legate all’evento traumatico, senza però riuscire a collegarle consapevolmente a quell’esperienza. In questo modo il trauma continua ad influenzare il presente senza che si comprendano le cause dei suoi effetti.
Tuttavia, è proprio attraverso il dolore psicofisico che la mente si connette di nuovo al corpo. Con il supporto della terapia E.M.D.R. mente e corpo tornano a cooperare: il ricordo, infatti, implica il recupero del funzionamento integrato delle strutture cerebrali deputate alla regolazione emotiva.
Questo processo consente di elaborare la sofferenza, comprenderne l’origine e integrare l’esperienza nella propria storia di vita, accettando che sia accaduta proprio a noi.
E.M.D.R. e il lavoro sui trigger: l’accesso all’emozione traumatica
Uno degli ostacoli principali al ripristino dell’equilibrio emotivo è la difficoltà nel modulare le emozioni. La persona traumatizzata tende a essere sopraffatta dall’emozione al punto di sentirsi smarrita, oppure ad anestetizzare il dolore per sentirsi al sicuro. In entrambi i casi, viene interrotto il collegamento tra l’inconscio e la coscienza. Qualsiasi stimolo associato al trauma – come un suono, un odore, un’immagine – può innescare nuovamente la stessa reazione emotiva, generando una percezione di dolore psico-fisico e una sensazione di minaccia. La reazione al pericolo percepito alimenta un ciclo di paura e sofferenza come accade, per esempio, nell’attacco di panico.
Nel tempo i trigger (stimoli che suscitano sensazioni simili a quelle percepite al momento del trauma) tendono ad essere generalizzati: luoghi chiusi o affollati, ad esempio, possono scatenare paura ogni volta che la persona si trova in contesti simili, attivando emozioni che mascherano il dolore originario e fanno sì che il trauma si riattualizzi. In risposta l’individuo inizia ad evitare certi luoghi o situazioni, nel tentativo di proteggersi. Tuttavia, questo comportamento alimenta un circolo vizioso, in cui si reagisce costantemente a minacce percepite anche quando non sono reali. Un esempio tipico è la fobia di volare, che diventa un trigger da cui fuggire, nella convinzione illusoria di aver evitato il pericolo.
La terapia EMDR permette di lavorare in modo mirato sugli episodi in cui il sintomo si è manifestato la prima volta, sull’episodio più traumatico e su quello più recente. Questo consente al paziente di rivivere paura e dolore in un contesto sicuro, imparando gradualmente a integrare le emozioni nel proprio mondo interno in modo funzionale, e, di rendere tollerabili le sensazioni spiacevoli, che con il tempo si attenuano grazie al processo di desensibilizzazione.
E.M.D.R. e i target: eventi traumatici “T” e “t”
Per chi ha vissuto un trauma, il problema non è tanto il ricordo in sé – spesso tollerabile – quanto il fatto che quel ricordo agisce come innesco di emozioni dolorose. Il dolore può emergere anche molto tempo dopo l’evento, con un’intensità pari all’impatto originario, e viene vissuto come se fosse slegato dal ricordo cosciente.
Per questo l’E.M.D.R. si incentra sulla rivivificazione emotiva e la rielaborazione cognitiva dell’evento traumatico, con l’obiettivo di disinnescare gli effetti negativi provocati da stimoli che, in realtà, non sono direttamente legati al trauma. Così il paziente può liberarsi dalle emozioni dolorose che il cervello ha associato a situazioni innocue e tornare a vivere in modo sereno e funzionale. In questo processo, anche il ricordo dell’evento traumatico perde il suo carico emotivo: il dolore si attenua e l’esperienza rimane nella memoria come un semplice fatto del passato, che non arreca più disturbo al paziente.
Quando rivolgersi a un terapeuta E.M.D.R.
Per capire se un evento, come per esempio un lutto, non è stato ancora elaborato, può essere utile domandarsi se ci è mai capitato di provare una sensazione di disagio o paura senza un reale motivo apparente, o di evitare certi luoghi, persone o situazioni perché richiamano qualcosa dentro di sé che mette in uno stato di allerta, anche se si è coscienti razionalmente che non c’è alcun pericolo. Anche quando si ha l’impressione che uno stato di ansia sia del tutto sproporzionato alla situazione che si sta vivendo, come nel caso delle fobie, bisogna tenere presente che c’è qualcos’altro che lo genera e che va indagato a fondo per potersene liberare.
In tal caso è bene analizzare con uno specialista che cosa è successo e come si sta vivendo l’evento traumatico, da quanto tempo si provano le stesse emozioni e se sono presenti sintomi anche a livello somatico.
Poi si stabilisce un obiettivo da raggiungere con la terapia e si ricostruiscono i momenti più salienti ed emotivamente intensi che hanno ancora un impatto sul presente.
Solo dopo questa fase preparatoria si inizia ad attivare il processo di elaborazione, permettendo al paziente di affrontare ciò che è stato troppo doloroso per essere tollerato all’epoca del trauma.
Il percorso è graduale e costruito su misura secondo i tempi e i bisogni dell’individuo, a seconda dei casi.


