Nel racconto ‘Il Dottor Jekyll e il Signor Hyde’, il protagonista si interroga sulla sua doppia personalità, mettendo in luce la presenza di due lati opposti di sé che egli sente il desiderio di dissociare, a causa delle difficoltà che gli comporta vivere l’alternanza dell’uno e dell’altro. Tutti conosciamo la storia di questo personaggio e sappiamo che, quando il distinto e pacato Signor Hyde (la vittima) veniva messo da parte, si palesava il suo Alter Ego, ovvero il terribile e malvagio Dottor Jekyll (il carnefice), diventando per questo l’emblema psicologico dell’ambivalenza del comportamento umano. Tanto che l’espressione doppia personalità è comunemente usata per riferirsi all’imprevedibilità del carattere di una persona.

In psicologia la presenza dell’Alter Ego viene descritta come disturbo dissociativo dell’identità o Disturbo di Personalità Multipla, più comunemente noto come doppia personalità. Il termine si riferisce a un altro sé, una seconda personalità in competizione con la prima, che parlano tra di loro in un modo che potrebbe suonare più o meno così: “Ora basta, lascia provare anche me!”, dice l’una; “Te lo scordi, ho appena iniziato”, risponde l’altra.

Anche in letteratura il termine Alter Ego viene comunemente usato per descrivere personaggi che sono opposti l’uno all’altro: per esempio, Sebastiano il pusillanime e Antonio il malvagio ne “La tempesta” di Shakespeare, rappresentano rispettivamente la vittima e il carnefice presenti in ognuno di noi; il sosia di Schubert, rappresenta l’Alter Ego fantasmatico dell’uomo, che incarna la paura dell’aldilà da cui vuole rifuggire; William Wilson, protagonista di uno dei racconti di Edgar Allan Poe, finisce per assassinare se stesso scambiandolo per il suo omonimo e odiato nemico.

Dunque, la personalità di ognuno implica la presenza di tante parti quanti sono i tratti che la definiscono. La difficoltà sta nel cercare di dare il giusto spazio a tutte queste parti, affinché non emerga in maniera violenta e inappropriata quella che è rimasta forse troppo a lungo dimenticata e nascosta.

“Fu dal lato morale, e sulla mia persona, che riconobbi il primitivo dualismo dell’uomo; capii che se potevo a ragione considerarmi nel vero, essendo l’uno e l’altro dei due esseri che si contendevano la mia coscienza, era per la semplice ragione che io ero radicalmente ambedue e pensavo … Se ciascuno di essi potesse essere rinchiuso in due particolari entità, la vita sarebbe liberata da tutto ciò che è inguaribile: il male potrebbe seguire la sua via liberato dalle aspirazioni e dai rimorsi provocati dal suo inseparabile compagno, il bene; e il bene potrebbe procedere nel suo cammino operando la bontà e la virtù, senza essere più esposto al castigo e al disonore per colpa del suo diabolico compagno. È la maledizione dell’umanità che il bene e il male siano strettamente legati insieme e che nella tormentata matrice della coscienza essi siano continuamente in lotta. Come dissociarli?”
– Robert Louis Stevenson –

Quante volte vi capita di agire e non essere d’accordo con voi stessi? Tutti i comportamenti e le scelte che mettiamo in atto riflettono il dialogo tra le nostre parti interne che di continuo parlano, si interrogano vicendevolmente, si confrontano, discutono e spesso litigano tra di loro. Se ci prestate attenzione, questo dialogo interiore ci accompagna costantemente ogni volta che dobbiamo prendere una decisione, fare una scelta, quando siamo in dubbio o non sappiamo cosa vogliamo e ci sentiamo confusi riguardo alla condotta da intraprendere.

Il dialogo prende la forma di voci interne che rappresentano un conflitto e danno vita a una serie di personaggi, ciascuno dei quali interpreta la sua parte.

Infatti, nella Psicoterapia della Gestalt il paziente viene invitato a immaginare di proiettare nella fantasia le parti di sé in conflitto, proprio per identificarsi con entrambe e permettere loro di dialogare, impersonando a turno prima l’una e poi l’altra.

Così, con l’aiuto del terapeuta, che agevola il reciproco ascolto e diventa facilitatore di una loro proficua collaborazione, il dialogo interiore viene esteriorizzato.

Il conflitto interno è una lotta per l’esistenza nella quale i vari aspetti della personalità ingaggiano, ciascuno con la propria energia, i propri alleati e i propri avversari

In ognuno di noi albergano due o più personalità opposte a seconda del momento che si vive, e che corrispondono ad immagini di sé di cui non sempre si è pienamente consapevoli. Sono polarità che di solito non comunicano tra loro e, affinché l’individuo abbia un’identità unica ed equilibrata, necessitano di un dialogo per essere integrate.

Dialogare con il nostro Alter Ego in psicoterapia

In una seduta di Psicoterapia della Gestalt, quando il paziente si presta ad impersonare due parti diverse e opposte del sé, non appena si identifica con esse, le riconosce come proprie, accorgendosi immediatamente che ce n’è una che non viene ascoltata e messa in disparte. Infatti, la parte attraverso la quale l’individuo sceglie di palesare la sua personalità rispecchia la strategia difensiva con la quale inconsciamente tenta di mascherare il lato più oscuro del suo carattere, evidenziando così anche la sua nevrosi. Mentre l’altra viene relegata sullo sfondo, ciascuno di noi cerca di mantenere in primo piano la parte che è abituato a mostrare e che interpreta meglio. Pertanto, quanto più si diventa consapevoli delle proprie dinamiche comportamentali e dunque delle modalità con cui agisce la propria personalità, tanto più agevole sarà avere un’identità sana e integrata.

Una parte di noi ci mette ‘il bastone tra le ruote’

Spesso accade che tra le parti interne ce ne sia almeno una che agisce come forza sabotatrice, opponendo resistenza al comportamento naturale della persona. Questa parte diviene un’antagonista, che viene vista come un nemico e perciò vissuta come una parte ostruzionista che va eliminata. Essa invece, è parte della nostra identità e in quanto tale, se tenuta nella giusta considerazione, può essere una forza creativa che diventa funzionale a gestire le difficoltà. Quella parte da cui sembra necessario fuggire o che sembra procurare noia e fastidio, non è altro che la nostra resistenza al cambiamento, a operare nuove condotte, a metterci in discussione, a diventare protagonisti della nostra esistenza in virtù di un miglioramento.

Se ciascuna parte acquista dinamicità, sarà una testimonianza vivente dei propri bisogni e desideri e si affermerà come una forza che deve essere tenuta in conto per una nuova coalizione e non per restare in una perenne lotta improduttiva

Pertanto diventa opportuno ascoltare quella parte e sperimentarla, dandole propriamente voce e corpo come si fa in una seduta di Psicoterapia della Gestalt, ove il paziente viene invitato a vivere proprio quell’aspetto di sé che teme o che reputa giudicante. In tal modo la persona restitusice alla parte repressa la giusta dignità, attraverso movenze, gesti, emozioni e parole che la rendono finalmente reale e che, così facendo, la accentuano per farla diventare piena di energia, piuttosto che un peso morto che ostacola le sue intenzioni. Quando questa parte viene riconosciuta, accettata e assimilata come propria, diventa una parte vitale della personalità e arricchisce la vita, anziché impoverirla.

Quando ci si trova innanzi a delle difficoltà o a delle decisioni da prendere, può accadere che ci si senta confusi e divisi tra le parti in lotta e che il conflitto interno si trasformi in dialoghi interminabili, giungendo ad un punto morto e procurando anche stalli di anni. Pertanto la persona non riesce a trovare serenità finchè queste parti non hanno la giusta considerazione e non trovano un compromesso sul da farsi. Perciò è opportuno permettere a queste parti di ricongiungersi.

Le polarità: parti opposte di una stessa personalita’

Dovete immaginare le vostre parti in conflitto come tratti di una stessa personalità sana e non piuttosto come una doppia personalità in senso patologico, in quanto la loro preponderanza, se bilanciata, ne consente la convivenza e ognuna contribuisce al nostro benessere. In tal caso ciò che diventa disfunzionale è proprio il fatto che le diverse parti in conflitto non riescono ad esprimersi e dunque ad esistere, se non che separatamente, fino a dimenticarsi l’una dell’altra.

Ciascun individuo presenta dentro di sé una sequenza illimitata di polarità. Pensate all’esigenza di essere autonomi ma anche a quella di essere dipendenti; al senso del dovere e alla volizione; al proposito di accogliere e all’intento di rifiutare qualcosa o qualcuno; al desiderio del piacere e al senso di frustrazione; al bisogno di contatto e a quello di ritiro nelle relazioni, oppure all’essere coscienti e inconsapevoli. Ogni aspetto di sé presuppone implicitamente la presenza della sua antitesi. Tuttavia, uno di questi resta sullo sfondo dando rilievo all’esperienza presente e conservando la potenza necessaria per emergere come figura nel momento in cui ha la forza sufficiente per farlo. Se questa forza riceve sostegno può svilupparsi un’integrazione tra le polarità che, fino ad allora, erano rimaste congelate in uno stato di reciproca alienazione.

Siamo vittima e carnefice di noi stessi

Nel mio approccio terapeutico, la Psicoterapia della Gestalt, la polarità più nota e rappresentativa è la dicotomia tra il ‘cane di sopra’ (Topdog) e il ‘cane di sotto’ (Underdog), come l’ha denominata Fritz Perls (1893-1970). La personalità è scissa tra il persecutore e la vittima, ovvero tra colui che comanda, dirige e rimprovera e colui che gli si oppone passivamente con inettitudine o che finge di impegnarsi a eseguire i suoi ordini senza successo, proprio come accade tra il saputello e l’ultimo della classe. È importante che ciascuna parte viva al massimo le proprie potenzialità e che allo stesso tempo prenda contatto con la sua qualità opposta. Si riduce così la possibilità che una parte rimanga impantanata nella propria impotenza.

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