Tartufo impostore di moliere

“Nessuno più di lui sa fare tante moine e belle chiacchiere … quando poi sapeva di poterne ricavare qualcosa, si faceva cortese e umilmente servizievole”.
Così, come suggerito da C. Naranjo, G. Chaucer descrive ne “I racconti di Canterbury” frate Uberto, che dice di aver ricevuto dal papa un permesso particolare per confessare, grazie al quale vende indulgenze sfruttando il rimorso dei peccatori. Egli, pur essendosi votato a una vita di povertà e castità, si avvale della propria posizione per trarne ogni genere di profitto e soddisfare persino l’appetito sessuale, facendosi passare per un uomo caritatevole e onesto.

Il tipo Sette è un imbonitore che riesce a imbastire discorsi di ogni genere e a rendersi molto convincente, mostrandosi un esperto conoscitore anche di argomenti di cui in realtà ha solo sentito parlare. Si serve di un’ottima eloquenza e della destrezza di un giocoliere, così da diventare un seduttore impareggiabile.

Con il suo atteggiamento riesce a possedere qualsiasi cosa desideri, sebbene non riesca mai a saziarsi del tutto dei privilegi che ottiene, in quanto non sa goderne a pieno, preso dall’eccessiva fame di accaparrare quanto più possibile dalle situazioni e dalle persone che gli sono intorno.
Infatti, a causa della sua ingordigia è incapace di rinunciare ai suoi desideri ed è disposto a tutto purché i rapporti si risolvano a proprio vantaggio, sebbene sia convinto di servirsi degli altri per offrire loro piacere, piuttosto che per puro scopo opportunistico. Inoltre, la presunzione di essere più intelligente e migliore degli altri per via delle sue eccellenti qualità, che il più delle volte sono inferiori a quelle che crede di possedere, rivela il suo aspetto narcisista. Tuttavia, si finge umile a tal punto da far sembrare che non voglia ricevere nulla in cambio dei servigi che apparentemente presta agli altri, facendo sì che questi si sentano in obbligo nei suoi confronti.

Il fatto di essere grandi sognatori, pensando che tutto nella vita sia possibile, e di essere spensierati al contempo, in modo da non prendere mai nulla sul serio, sono finalizzati a vivere con leggerezza e a ricercare costantemente i piaceri, distaccandosi dai sentimenti più profondi.

Ne “Il Tartufo” (altrimenti detto ‘l’impostore’) di Moliere, il protagonista, un mendicante che si mostra molto devoto, riesce a farsi donare tutti i beni di cui dispone il capo famiglia presso cui è ospite, malgrado l’abbia ingannato. Il Tartufo è tanto abile da nascondere l’evidenza e, pur essendo stato smascherato, si guadagna la sua fiducia, a dispetto delle maldicenze nei suoi riguardi, e si attira i suoi favori assumendo le sembianze di un uomo pio. Ma la sua vera natura è quella di un “parassita travestito da santo” (C. Naranjo).
Il suo motto è ‘vivi e lascia vivere’, nel senso che per lui i problemi non esistono, perché non c’è nulla per cui valga veramente la pena impegnarsi, se non che vivere le gioie e i piaceri della vita, che comunque non fatica a procurarsi.

Dietro il modo di apparire gentile e amichevole del tipo Sette si nasconde l’intento di disimpegnarsi e svincolarsi da legami seri o da contesti che possono rivelarsi gravosi, per evitare fastidi e sofferenze e vivere una vita di comodo.
Parafrasando C. Naranjo nel descrivere un suo paziente, si tratta di “un carattere paradossale: all’esterno amabile, un ottimista entusiasta e senza problemi, ma infondo pieno di risentimento e di ribellione nei confronti di un mondo fatto di compromessi e privo di una vera solidità”.
È un esperto nel trasformare le esperienze fastidiose e sgradevoli e nel travestire l’aggressività in tolleranza e servilismo. Ma dentro nutre un gran pessimismo ed è molto scettico come se fosse affetto da un cinismo cronico, mentre il senso di colpa, dal quale crede di essere immune, in realtà lo pervade.

La dedizione al piacere per tenere lontano le sofferenze, nasconde il timore di scoprire che l’esistenza di una vita priva di dolori e fatta di sole gioie sia un’illusione, di cui il tipo Sette cerca di convincere anche gli altri, che riesce ad ammaliare come fa un incantatore di serpenti.

Bibliografia:

– Boccaccio, Decamerone, Bur, Milano, 2007
– G. Chaucer, I racconti di Canterbury, Mondadori, Milano, 1989
– Moliere, Tartufo, Einaudi, Torino, 1974

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